Lecce Contemporanea Mediterranea: quando l’arte diventa un ecosistema sostenibile - MUST – Museo Storico della Città di Lecce
Dal 12 dicembre il MUST – Museo Storico della Città di Lecce apre un nuovo capitolo dedicato alla cultura contemporanea con Lecce Contemporanea Mediterranea, un progetto che guarda all’arte come strumento di trasformazione sociale e ambientale. Promosso dal Comune di Lecce e curato da Marco Petroni e Maria Savarese, il programma nasce per superare la logica degli eventi “mordi e fuggi” e costruire un percorso stabile, capace di generare conoscenza condivisa e di attivare comunità.
L’idea alla base è quella di un ecosistema culturale: un ambiente in cui arti visive, performance, architettura, design, moda, fotografia, cinema e teatro di ricerca dialogano tra loro come elementi interconnessi, proprio come accade nei sistemi naturali. Un approccio che rispecchia una visione profondamente sostenibile: non più discipline isolate, ma reti, relazioni, scambi, processi.
Il primo capitolo del progetto è la mostra Paesaggi Mediterranei, con opere di Mathelda Balatresi, Stefano De Luigi e Fathi Hassan. Qui il paesaggio non è un semplice sfondo, ma una costruzione culturale e storica, modellata dalle interazioni tra comunità, territori e tecniche. Una prospettiva che invita a ripensare l’identità mediterranea come un intreccio di memorie, materiali, migrazioni e trasformazioni.
In un momento in cui la sostenibilità richiede nuove narrazioni e nuovi immaginari, questa mostra offre uno sguardo prezioso: il paesaggio come organismo vivo, risultato di relazioni e responsabilità condivise. Un invito a osservare il Mediterraneo non solo come luogo geografico, ma come spazio di coesistenza, fragilità e possibilità.
Filippo de Pisis e gli Italiens de Paris: un laboratorio transnazionale di idee, alleanze e libertà creativa - Fondazione Biscozzi Rimbaud
Dal 14 febbraio al 10 maggio 2026 la Fondazione Biscozzi Rimbaud presenta Filippo de Pisis e les Italiens de Paris, una mostra che riporta alla luce uno dei momenti più fertili e internazionali dell’arte italiana del Novecento. Curata da Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis, l’esposizione nasce in collaborazione con l’Associazione per Filippo de Pisis e racconta una storia di scambi, relazioni e visioni condivise che oggi appare sorprendentemente attuale.
Negli anni tra il 1928 e il 1933, un gruppo di artisti italiani scelse Parigi come luogo di confronto e sperimentazione. Non si trattava solo di una comunità di connazionali all’estero, ma di un vero laboratorio transnazionale, dove idee, tecniche e sensibilità circolavano liberamente. Gli Italiens de Paris incarnavano un modo di fare arte che rifiutava i confini – geografici, estetici, ideologici – e che trovava nella capitale francese un terreno fertile per coltivare un dialogo aperto con l’Europa.
Il cuore di questa esperienza fu il Groupe des Sept: Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi. La loro collaborazione non era episodica, ma strutturata: mostre condivise, confronti quotidiani, una rete di relazioni che funzionava come un ecosistema creativo. Ognuno portava con sé un bagaglio diverso, ma tutti condividevano una visione comune: un classicismo moderno, mediterraneo e antidogmatico, capace di accogliere pluralità di linguaggi e di dialogare con la cultura internazionale.
Questa attitudine collaborativa – fatta di ascolto, scambio e apertura – anticipa in modo sorprendente le logiche contemporanee della sostenibilità culturale: non un’arte isolata, ma un’arte che cresce attraverso le relazioni, che si nutre di differenze e che costruisce ponti invece di erigere barriere.
Il percorso espositivo della Fondazione pone al centro Filippo de Pisis (Ferrara, 1896 – Milano, 1956), a partire dal celebre Dalie (1932), parte della collezione permanente. Attorno a un nucleo di oltre venti opere dell’artista, realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi Trenta, si sviluppa un confronto diretto con i dipinti degli altri membri del Groupe des Sept. Questo dialogo visivo permette di cogliere non solo affinità e differenze, ma soprattutto la forza di una collaborazione che ha saputo superare appartenenze nazionali e pressioni ideologiche.
Come sottolinea il co-curatore Paolo Bolpagni, gli Italiens de Paris non furono “un incontro casuale”, ma un sodalizio fondato su una comunanza di riferimenti ideali e consuetudini umane e professionali. Una comunità creativa che, in un’epoca segnata da nazionalismi e rigidità estetiche, scelse la via della libertà, della pluralità e del dialogo.
La mostra evidenzia anche la distanza di questo gruppo rispetto al clima italiano dell’epoca, sempre più orientato verso monumentalismo, muralismo e la “moderna classicità” teorizzata da Margherita Sarfatti. Gli Italiens de Paris rappresentano così un esempio di resistenza culturale: un’arte che non si lascia ingabbiare, che attraversa confini e che rivendica la complessità come valore.